Mese: Gennaio 2020

  • E tu, che spaccapietre sei?

    L’Institute for the Future (for the University of Phoenix Research Institute) ha pubblicato la propria analisi “Future Work Skills 2020″ individuando le dieci competenze del futuro.

    Tra queste troviamo il “sense making” ovvero quella che viene definita la abilità di determinare il significato profondo o il valore di ciò che viene espresso, abilità che è considerata propria degli esseri umani e che non può invece essere appresa dalle macchine, ragion per cui caratterizza un ambito in cui – anche nel futuro più automatizzato – l’uomo non sarà per ciò sostituibile.

    Il sense making di per sé è però molto più di questo, o meglio, porta con sé mille premesse e mille conseguenze.

    Basti pensare che la circostanza che siamo noi a dare un senso all’esperienza e che lo facciamo sulla base dell’esperienza stessa, significa che la realtà in sé non ha un senso proprio, ma ha solo il senso che noi diamo ad essa e quel senso lo diamo forti del nostro vissuto e dell’applicazione di un pensiero critico. Il che, volendo, allarga la analisi al principio secondo il quale va anche considerata la variabile data dal fatto che l’osservatore influisce sul prodursi della realtà (per chi è pratico di fisica quantistica).

    A parte queste divagazioni poco pratiche, ciò che più mi affascina di questa skill è tuttavia l’idea che può essere utilizzata completamente a nostro vantaggio, purché impariamo a dare alle cose non un senso qualsiasi, ma un senso FUNZIONALE, ossia un significato UTILE per noi. Dare quel significato che può consentirci di vedere il nostro obiettivo, di focalizzarci su di esso, di seguire il nostro percorso con gioia ed intenzione, di ingaggiarci, parola magica che descrive l’atto di iniziare qualcosa a cui teniamo, con impeto, impegno e responsabilità, credendo in ciò che facciamo.

    Ci sono cose belle e brutte? Giuste e ingiuste? Sì, può essere ……  Ma quello che veramente dobbiamo chiederci è diverso: “è utile per me dare questo significato a ciò che mi sta accadendo?” “quale altro significato potrei dare perché rappresenti un contributo e non un ostacolo al mio cammino?”.

    Spaccare pietre è bello o brutto? è giusto o sbagliato che mi sia capitato questo lavoro? Chi lo sa e soprattutto ……mi serve saperlo? mi è utile pensare che sia profondamente ingiusto che mi abbiano dato quel compito se ciò che voglio o di cui ho bisogno è affrontare la giornata lavorativa serenamente?

    Un giorno un viaggiatore incontrò uno spaccapietre che lavorava di controvoglia e scuro in volto: -Che cosa stai facendo? – gli chiese. -Non vedi? Sto spaccando pietre. Un lavoro che mi sta spezzando la schiena!

    Procedendo oltre, il viaggiatore incontrò un altro spaccapietre, ma questi aveva il viso più disteso e lavorava di buona lena. – Che cosa stai facendo?- gli chiese. – Guadagno da vivere per me e per la mia famiglia! E’ duro, ma almeno ho il vantaggio di lavorare all’aperto! – gli rispose accennando a un sorriso.

    Più avanti ecco un terzo spaccapietre, che però sembrava molto contento di quello che stava facendo, mentre sotto i suoi colpi vigorosi le schegge schizzavano come note musicali. – Che cosa fai?- gli chiese.
    – Sto costruendo una cattedrale! – gli rispose quello, raggiante” (cit.).

    L’azione è sempre la stessa, ciò che cambia è il significato che diamo, l’atteggiamento con cui la viviamo. E ciò non significa che dobbiamo rassegnarci ed accettare quel lavoro per tutta la vita, se non lo vogliamo: se siamo destinati ad un futuro diverso (e non parlo di destino come a un insieme di inevitabili eventi, ma al futuro che noi ci costruiamo) lo raggiungeremo più facilmente carichi di energie positive e della capacità di interpretare il presente come un frammento di un progetto più grande, piuttosto che come il mattone di un carcere.

    E tu cosa sei disposto a fare per (smettere di lamentarti e) dare un senso utile alle cose?

     

     

     

  • Il fertilizzante del fallimento.

    Quanto è bello il domani! Il domani profuma di progetti, di sogni, di aspettative.

    E’ quel meraviglioso luogo in cui possiamo immaginare il divenire della nostra vita, del nostro stesso essere. E’ un ponte infinito verso il futuro, ed è infinito perché ogni oggi ha un domani a cui pensare.

    Tuttavia il domani diventa un po’ meno bello quando lo riempiamo di tutti quelle azioni e decisioni che invece – lo sappiamo benissimo – dovremmo fare e assumere oggi.
    Tecnicamente si chiama PROCRASTINARE e quando lo pratichiamo a livello agonistico diventa il fertilizzante di ogni fallimento.

    Procrastinare ci impedisce di compiere oggi le azioni che costituiscono almeno i primi passi per il raggiungimento del nostro obiettivo e del nostro scopo e, ancor peggio, ci ruba tempo prezioso, perché il non fare, sapendo che dovremmo fare, ci tiene la mente occupata e distoglie i pensieri dal focus.
    Senza considerare il senso di frustrazione che ci pervade quando, guardando a ieri, vediamo che nulla è iniziato e nulla è cambiato.

    E’ innegabile quindi che ci sono tante buone ragioni che ci dovrebbero indurre ad eliminare questo verbo dal nostro vocabolario ed introdurre il suo contrario.

    E quale è il contrario di procrastinare? Dimmelo tu…… E’ quello che per te serve ad iniziare, ad avvicinarti al tuo obiettivo, a metterti in moto ……
    Scrivi su un foglio la parola che per te significa tutto questo e tienila sempre davanti ai tuoi occhi; sarà l’inizio della tua evoluzione.

  • Una rana che aiuta

    Spesso le parole passano inosservate, ma le metafore ci inducono a fermarci e pensare…..

    La metafora della rana bollita è a molti nota e resta una delle rappresentazioni più efficaci di cosa comporti restare nella nostra zona di comfort, adattandoci a situazioni negative o che vanno via via peggiorando, senza che nemmeno ce ne rendiamo conto.

    Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita.
    Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.” (Noam Chomsky)

    E’ il racconto di mille circostanze, in cui ci crogioliamo in situazioni non felici, in spazi per noi angusti, in rapporti ormai deteriorati, che magari diventano sempre più soffocanti, ma per il fatto che ci viviamo dentro e che cambiano pian piano ci consentono di adattarci, senza capire il reale rischio al quale andiamo incontro….situazioni che se vedessimo al loro apice per la prima volta ci scotterebbero, facendoci fare un balzo fuori dalla pentola per evitare di finire bolliti.

    Vale la pena fare un piccolo sforzo e uscire dal pentolone per osservarlo da un altro punto di vista e guardare con attenzione se la via migliore sia quella dell’immobilismo o non sia invece quella del cambiamento.

    E tu cosa vuoi fare per te stesso? Quanto sei disponibile a spostarti per sentire a che temperatura è arrivata l’acqua in cui nuoti? 

  • La perseveranza del mare.

    Mi piace osservare la natura, trarre ispirazione da essa.
    Oggi, scrutando il mare e la spiaggia, pensavo alla forza devastante dell’acqua che è stata capace di portare a riva tronchi dalle dimensioni incredibili, ancora lì adagiati sulla spiaggia a dare evidenza di come il mare può trasformarsi.
    Una forza, una irruenza, un impeto, una rabbia, che hanno creato moltissimi danni.
    In contrasto con il mare che vedo oggi, un andirivieni di onde placide, che hanno dato vita a meravigliose opere sulla sabbia, piccole dune perfette, intatte, nonostante il materiale che le compone.
    Quelle opere sono il frutto di una incredibile perseveranza di onde gentili, che però hanno una grande forza….avere una unica, precisa, ben definita direzione.
    Pensavo quindi a quanto spesso non ci manchi l’energia o la perseveranza, è che semplicemente le indirizziamo in modo poco o per nulla funzionale: troppa rabbia, troppo impeto che creano danni, che portano a galla barriere nella comunicazione con l’altro, che incrinano rapporti, che allontanano il raggiungimento dell’obiettivo….. oppure abbiamo la giusta energia, ma priva di una direzione definita e voluta, ed essere perseveranti senza avere una direzione significa dissipare le nostre forze.
    Prima di sprigionare la nostra energia e le nostre risorse, quindi, troviamo la giusta misura e la giusta direzione, così il nostro obiettivo sarà raggiunto.
    Tu hai ben chiara in mente quale deve essere la tua direzione?