Categoria: Career

  • Davvero non hai tempo?

    Davvero non hai tempo?

    Che fine fa il mio tempo?

    Spesso le persone si lamentano di non aver sufficiente tempo da impiegare come vorrebbero e chiedono consigli per come ottimizzarlo. Le metodologie di gestione efficace del tempo sono molte. Oggi vediamo una semplice tecnica che puoi utilizzare nella quotidianità.

    Anche in questo caso, tutto parte dalla consapevolezza: le persone hanno una vaga idea di come impiegano il tempo, ma non lo sanno con precisione.

    La prima regola è quindi quella di registrare come lo si utilizza e per registrare intendo proprio: prendi un foglio, dividilo in giorni della settimana e ore e colora con colori diversi le varie attività della giornata!

    Anche i cinque minuti in cui fissi il soffitto!

    La divisione in colori per attività omogenee (mangiare, studiare, lavorare, social, film, ….) ti darà a prima vista il quadro della situazione giornaliera e settimanale.

    Puoi ora analizzare le varie attività SENZA GIUDICARLE (!), semplicemente prendendo atto del tempo impiegato. Se ti va, puoi aggiungere disegni, faccine, ciò che ti fa piacere vedere nel tuo tabellone, per avere la fotografia immediata della situazione.

    A questo punto prendi in esame le attività nelle quali, a tuo parere, puoi e vuoi intervenire.

    Ad esempio: ti accorgi che ogni giorno guardi programmi televisivi per due ore.

    Ora chiediti: quale mio bisogno soddisfa guardare questi programmi? Potresti risponderti: mi rilassa, oppure mi sento parte del mondo perché così domani avrò di che parlare con i miei amici, ….

    Bene, in quale altro modo potresti soddisfare quel bisogno? Magari leggendo un libro, oppure praticando meditazione o yoga, lanciandoti in un nuovo hobby, leggendo un quotidiano, ….

    Come ti farebbe sentire impiegare quel tempo o parte di esso in questa diversa attività?

    Potresti scoprire che in quel modo riusciresti a soddisfare lo stesso bisogno, ma sentendoti più appagato, introducendo un’altra attività che avevi sempre ritenuto di non poter fare per mancanza di tempo!

    Oppure, nel valutare altre attività potresti scoprire che impieghi molto tempo a realizzarle perché non sei sufficientemente focalizzato su quello che devi fare: forse vedrai che quelle due ore per leggere le mail sono intervallate da varie distrazioni, oppure che non leggi solo le mail “utili”, ma anche quelle che potresti relegare ad una “occhiata” in dieci minuti, perché ad esempio sono promozionali oppure sciocchezze inviate da qualche collega.

    E ora? Ne prendi atto, capisci se davvero vuoi ricavare più tempo a tua disposizione nella vita (sei davvero motivato a cambiare?) e se la risposta è positiva inizi con piccoli accorgimenti: se fissassi una sveglia dopo un’ora di TV che ti ricorda di prendere in mano il libro che da tanto è lì sul comodino? A poco a poco diventerà una abitudine positiva e la sveglia non sarà più necessaria! Se ti dessi un tempo preciso per leggere la mail, che ti obblighi ad evitare la lettura di quelle inutili? (Forse il video che ti ha mandato l’amico puoi vederlo a casa in un tempo dedicato!)

    Divertiti a buttare sul tavolo le idee anche apparentemente più assurde! Poi scegli quella che ti ispira di più!

    Piccoli cambiamenti quotidiani che ti fanno stare bene.

    Continua ad annotare l’investimento del tuo tempo nella tabella: come sta andando? Hai introdotto nuove attività che non riuscivi a fare? Come ti fa sentire?

    Se prendi l’abitudine ai cambiamenti introdotti e alla nuova gestione del tempo, presto non ti servirà più annotare nulla e l’indicatore dell’efficiente gestione del tempo sarà il tuo stato emotivo a fine giornata!

    Un suggerimento: stai pensando di iniziare domani? No!!! Inizia subito: carta e pennarelli e buona analisi!

  • La sfera della felicità.

    La sfera della felicità.

    Cosa sono e come incidono nella nostra vita le sfere di influenza?

    Saperlo è fondamentale per assumere decisioni consapevoli e per superare condizionamenti che limitano la nostra azione e il raggiungimento dei nostri obiettivi.

    Eccole qui!

    L’area del coinvolgimento riguarda tutto ciò che ci coinvolge emotivamente o razionalmente, ma su cui non possiamo incidere direttamente. Ad esempio, la politica, la macroeconomia, gli eventi sociopolitici.

    Certamente possiamo interessarci a tali argomenti e possiamo anche dare il nostro contributo, in alcuni casi, magari sul lungo periodo, con comportamenti che volgiamo nella giusta direzione, ma non sono sotto il nostro diretto controllo.

    C’è poi l’area di influenza, ovvero eventi ed ambiti che possiamo influenzare anche in modo rilevante con il nostro comportamento, ma che non possiamo controllare, perché dipendono anche o soprattutto da fattori a noi estranei. Ad esempio, le relazioni sociali, i risultati sportivi, la salute.

    Posso avere uno stile di vita sano e con ciò contribuire a mantenermi in buona salute, ma non posso – purtroppo – impedire il sorgere di una malattia.

    Infine, troviamo l’unica vera area di controllo, cioè l’area che possiamo controllare al 100%: i nostri pensieri, il nostro linguaggio, il nostro dialogo interiore.

    Quante volte ci arrabbiamo per il comportamento delle altre persone e non invece perché il nostro dialogo interiore è disfunzionale. Come se potessimo controllare e guidare il comportamento altrui, senza invece renderci conto che ciò su cui possiamo agire è quello che ci raccontiamo e, dunque, anche il modo in cui filtriamo le conseguenze del comportamento altrui?

    La consapevolezza delle aree sulle quali possiamo influire o che possiamo controllare è fondamentale per non lasciarci abbattere da eventi non controllabili, per percepire e rielaborare in modo adeguato la realtà, per comprendere dove indirizzare le nostre energie e cosa lasciar andare, invece, perché non ci è funzionale.

    Pensate, ad esempio, a quanto sarebbe utile ricordarci che il giudizio altrui è solo una sua opinione e che noi possiamo influire su tale opinione solo parzialmente, perché non abbiamo il controllo sull’altro.

    Ma possiamo invece totalmente decidere quanto di quel giudizio ci è utile come feedback e per quale parte è necessario ignorarlo, senza farci condizionare.

    Lavoriamo su ciò che è sotto la nostra sfera di controllo, perché è lì che all’azione corrisponderà la reazione voluta: se guido il mio dialogo interiore in modo costruttivo non perderò tutta la giornata a rimuginare sul giudizio altrui. Al contrario, se cerco di convincere l’altro a cambiare idea, non è assolutamente ovvio che la cambierà.

    Essere consapevoli di ciò è il primo passo per il nostro benessere.

    Lavoriamo su ciò che abbiamo a disposizione sempre: noi stessi.

  • Lo sport è la metafora della vita.

    Lo sport è la metafora della vita.

    In questi giorni di ori olimpici la figura del mental coach è salita agli onori della cronaca sportiva.

    Una figura spesso sconosciuta, altre volte guardata con sospetto, è stata invece esaltata da chi, anche grazie al lavoro di un mental coach sportivo, è riuscito inaspettatamente a vincere un oro alle Olimpiadi.

    Perché è ormai pacifico che non è sufficiente allenare le competenze fisiche, tecniche e tattiche per ottenere performance di successo; l’allenamento mentale è una componente altrettanto importante.

    Avere il giusto mindset, saper tenere alta la motivazione, anche nei momenti di sconforto, aumentare la consapevolezza e l’autoefficacia, incrementare il potenziale e ridurre le interferenze, sviluppare le risorse inespresse e superare i fattori critici ed i blocchi, mantenere il focus, arrivare centrati al momento della competizione, allenare un dialogo interiore funzionale, superare anche mentalmente gli infortuni.

    Se manca questa parte, l’atleta non arriva in competizione pronto per una performance di eccellenza.

    Ciò spiega anche perché atleti apparentemente svantaggiati per caratteristiche fisiche o anche tecnicamente non perfetti, siano però in grado di raggiungere risultati migliori di altri.

    Cosa fa dunque il mental coach sportivo? Allena, e non a caso si chiama coach e trainer.

    Il coach, tramite domande mirate, piani di azione, strumenti creativi, collabora con il coachee per consentirgli di allenare le sue potenzialità e scovare le sue risorse, mettendole al servizio della definizione e del raggiungimento dell’obiettivo sportivo; a questo si può aggiungere un lavoro da vero e proprio trainer, laddove insegna tecniche ed esercizi specifici per l’empowerment dell’atleta.

    Sono moltissimi gli strumenti che utilizza: domande potenzianti, esercizi di concentrazione, tecniche di respirazione, allenamento ideo-motorio, esercizi di propriocezione, esercizi di mindfulness, visualizzazioni.

    Un percorso di coaching può essere seguito da tutto il team dell’atleta ed è fondamentale anche per le squadre, oltre che per i singoli atleti, per lavorare efficacemente sul valore e sui valori della squadra, sulla collaborazione, il sostegno reciproco, la comprensione ed il rispetto dei ruoli, una corretta comunicazione tra gli atleti e con l’allenatore.

    L’augurio, quindi, è che sempre più realtà sportive vogliano provare a capire quanto la presenza di un mental coach possa fare la differenza.

    Tu non pratichi sport? I benefici del coaching ti risuonano comunque auspicabili per la tua vita personale o professionale? E’ una sensazione corretta; d’altra parte si dice che lo sport è la metafora della vita …… il coaching è utilissimo per il raggiungimento del ben-essere e risultati di eccellenza anche nella vita e nella professione. Non ti resta quindi che mettermi e metterti alla prova!

     

  • NASA Mars2020 – rover Perseverance

    NASA Mars2020 – rover Perseverance

    Il rover Perseverance della missione NASA Mars2020 è atterrato su Marte o, come dicono i più, è ammartato.

    I Rover della NASA per le spedizioni su Marte hanno sempre avuto nomi che richiamassero le qualità umane: Spirit, Opportunity e Curiosity. Forse non è una coincidenza che il rover Opportunity, ammartato nel gennaio 2004, abbia finito la sua corsa proprio mentre stava esplorando la valle della Perseveranza, dove però si è arreso alla tempesta di sabbia che, nell’estate del 2018, ha coperto Marte per mesi.

    La NASA, nello scegliere questo nome, ha evidenziato che “Siamo sempre curiosi e in cerca di opportunità. Abbiamo lo spirito e l’intuizione per esplorare la Luna e Marte e andare persino oltre. Ma ci mancava la qualità più importante, la perseveranza. Siamo una specie di esploratori e incontreremo molte battute d’arresto sulla strada per Marte. Tuttavia, possiamo perseverare.”.

    E la tenacia e perseveranza di certo non sono mancati nel portare avanti un progetto di questo tipo per anni: pensate a cosa vuol dire lavorare quotidianamente, sul lungo periodo, per creare un mezzo che, fin dall’inizio, si sa che:

    – viaggerà per quasi sette mesi nello spazio;

    – atterrerà dopo i c.d. sette minuti di terrore: un arco di tempo in cui deve agire in totale autonomia, senza possibilità di controllo dalla Terra; 420 secondi di ignoto e non-controllo in cui tutto potrebbe finire, ancora prima di iniziare!

    –  darà conferma dell’ammartaggio solo dopo dodici minuti dal reale evento, il tempo necessario perché il segnale giunga alla Terra.

    Provate a mettervi nei panni del team che giorno e notte ha lavorato a tale progetto, superando ostacoli e battute d’arresto e senza nemmeno avere la certezza che la sua creatura sarebbe sopravvissuta al viaggio o all’atterraggio! E tutto ciò con gli occhi del mondo puntati addosso!

    Pensate a quanti e tali devono essere stati la motivazione, la visione, il focus, il sacrificio, il coraggio, l’impegno nell’agire quotidiano di chi ha lavorato a questo progetto, l’operare ogni giorno avendo a mente l’obiettivo finale, lo scopo, ma senza lasciarsi fagocitare da essi, compiendo un passo alla volta e risolvendo un problema alla volta.

    Per raggiungere un obiettivo di tal fatta la perseveranza deve vincere su tutto: sull’indolenza, sulla paura di tutti gli inconvenienti che potrebbero accadere, sul “tutto e subito”. Eh sì, perché troppo spesso ci arrendiamo solo perché il risultato non è immediato, senza saper invece attendere, dare tempo al tempo, lasciare che il nostro lavoro faccia piano maturare le cose. La pazienza non significa inerzia, non significa stare a guardare passivamente, significa lavorare con costanza e passione nella consapevolezza che raggiungere un risultato può richiedere del tempo e nel contempo avendo piena fiducia in quello che stiamo facendo.

    Quindi cosa possiamo imparare dalla missione NASA Mars2020?

    Possiamo imparare che la perseveranza è una abilità propria di chi ha successo e come ogni abilità si può apprendere ed allenare, tenendo a mente questi fondamentali passaggi:

    • definire chiaramente l’obiettivo;
    • comprendere quali risorse ci servono per raggiungerlo: le abbiamo già o dobbiamo procurarcele?
    • definire un piano di azione che sia permeato da due fari che ci devono guidare: la passione (intesa come intenso sentimento che ci trasporta “verso” qualcosa) e l’essere confidenti nelle nostre capacità;
    • iniziare ad agire (non a programmare, ma ad agire);
    • essere pronti ai fallimenti e alle battute d’arresto (l’“andrà tutto bene” non funziona); essere già pronti a reagire mantenendo il focus sull’obiettivo e sulla passione che ci anima;
    • essere flessibili: un ostacolo può sicuramente essere superato in modi diversi e non predeterminati;
    • darsi il tempo necessario;
    • gratificarsi per i micro obiettivi raggiunti.

    Fai un gioco! Parti dal rover NASA che già sei (Spirit, Opportunity, Curiosity o Perseverance?) e lavora sodo da oggi stesso per diventare il rover che sarai!

  • Il bosco dell’autoefficacia.

    Il bosco dell’autoefficacia.

    Cammino nel bosco; davanti a me una coltre di foglie secche, bellissime, variopinte. E’ talmente spessa che non è possibile vedere il terreno che c’è sotto. Inizio a camminare senza neanche pensarci. Poi mi fermo e ragiono. Sotto le foglie, ne sono certa, c’è la terra, ma ci saranno sicuramente anche sassi, rami, radici e forse persino buche, che io non posso vedere. il terreno è scosceso e anche bagnato ….. Perchè, nonostante l’ignoto, nonostante io sia consapevole che ci sono dei pericoli, ostacoli che potrebbero farmi cadere, nonostante ciò ho intrapreso il cammino senza pormi alcuna domanda, senza mai pensare neanche per un attimo “torno indietro”?

    Una risposta c’è: si chiama autoefficacia. L’autoefficacia, insegna Bandura, è la convinzione circa la propria capacità di compiere le azioni necessarie per produrre un risultato; è in sostanza la nostra convinzione di potercela fare. Non dubito neanche un secondo di poter camminare tra le foglie, di essere capace di affrontare eventuali inceppi, stare in piedi anche se sento sotto il piede un sasso o un ramo. E vi dirò di più: metto anche in conto il rischio di cadere! E lo accetto, perchè sarò in grado di gestire anche una caduta. Certamente il fatto che il terreno non sia visibile allerta i mie sensi: il mio passo sarà più leggero, porrò attenzione a cosa sento sotto il piede, magari aguzzerò anche la vista e l’udito. E questo avrà l’effetto di rendere ancora più improbabile la mia caduta: è la profezia che si autoavvera! Più sono confidente nelle mie capacità e più attuo strategie che avranno l’effetto di garantire il successo e, quindi, confermare le mia convinzione sulle mie capacità! E facendo ciò, migliore sarà il mio risultato e di nuovo ancora confermata la mia autoefficacia.

    Cosa ci impedisce di fare lo stesso quando ci troviamo davanti ad una nuova sfida, un nuovo progetto? Per quale motivo magari ci blocchiamo e addirittura rinunciamo? Forse proprio perchè in quella situazione la nostra autoefficacia è bassa e ciò comporta che  crediamo che il progetto vada oltre le nostre capacità, ci focalizziamo sulle difficoltà e non sulle opportunità, al primo ostacolo pensiamo al fallimento e non al fatto che la caduta vada messa in conto e superata. E anche qui la profezia si autoavvera: se sono convinto di non farcela non riterrò valga la pena di metterci la necessaria energia, vedrò solo i problemi e non le soluzioni e di conseguenza difficilmente avrò successo e ciò mi convincerà che avevo ragione: non potevo proprio farcela!

    Come diceva Henry Ford: “che tu creda di farcela o non farcela avrai comunque ragione”.

    Vi invito quindi a lavorare sulla vostra autoefficacia, a darvi la possibilità di credere nelle vostre capacità e a darvi anche il permesso di sbagliare! Allenate i vostri talenti, siate confidenti in voi stessi, mettetevi alla prova! Affrontare nuove sfide sarà lieve come camminare su una coltre di meravigliose, colorate, croccanti foglie secche, in un bosco d’autunno.

  • RE-START!

    RE-START!

    Settembre è per molti il mese della ri-partenza: si fissano nuovi obiettivi, si cercano le energie e gli stimoli per tornare al lavoro dopo le vacanze, per molte donne si pone sulla bilancia la professione a confronto con il tempo dedicato alla famiglia e la qualità di esso. In questo anno particolare, poi, i messaggi ininterrotti che giungono dai social e mass media aggiungono un carico di incertezza nel futuro, che costituisce una ipoteca pesante sulle decisioni da prendere.

    Non è un periodo facile …. quando i pensieri si accavallano nella mente, le idee si sovrappongono: prima ci sembrano geniali, poi ci appaiono assurde, poi le ripeschiamo e le rivalutiamo, magari sotto altre forme. Tutto questo è di grande stimolo, ma può anche creare ansia e preoccupazione.

    Il primo rischio è quello della c.d. ruminazione: continuare a pensare da soli agli stessi problemi, alle stesse idee, a tutto quello che ci si ripresenta nella mente aumenta il groviglio. Spesso esporre questi pensieri ad una altra persona è di per sè un elemento che facilita la soluzione, che ci consente di recuperare un filo logico e di fare ordine nella mente.

    La valutazione, la programmazione ed il raggiungimento di un obiettivo, inoltre, è facilitato se seguiamo una procedura logica. Qualche suggerimento:

      1. stabilisci l’obiettivo; deve essere specifico, positivamente formulato, determinato nel tempo della sua realizzazione, realistico; indicare come obiettivo “voglio perdere 80 kg. in un paio di mesi” contiene già in sè il fallimento;
      2. valuta se la motivazione che ti spinge a definire e quindi voler raggiungere quell’obiettivo è forte; soprattutto, onestamente, verifica che l’obiettivo sia in linea con i tuoi valori;
      3. valuta se l’obiettivo è “ecologico”, ovvero se accetterai i cambiamenti e le reazioni che potrà portare nel sistema in cui vivi (familiare, professionale, ….);
      4. determina in modo preciso dove ti trovi adesso: da dove parti?
      5. scrivi i passi necessari per raggiungere l’obiettivo e dai ad essi un tempo di realizzazione; scrivi quali risorse ti serviranno per raggiungere l’obiettivo: le risorse sono interne o esterne a te. Anche lo studio di un modello che prima di te ha raggiunto l’obiettivo è una risorsa;
      6. verifica periodicamente dove ti trovi e a che punto sei del tuo programma; ti ricordi il T-O-T-E che hai studiato a scuola? applicalo!
      7. sii flessibile: se si presenta un ostacolo o il T-O-T-E non è positivo sii pronto ad elaborare nuove strategie; tieni aperta la mente;
      8. credi in te stesso e sii onesto con te stesso: l’unica persona alla quale devi davvero rendere conto del tuo operato sei tu.

    Questi sono solo alcuni spunti, che spero possano esserti utili.

    Buon lavoro!

    restart

  • Orientarsi per il futuro. La nostra offerta “Choice” per i giovani diplomati!

    Orientarsi per il futuro. La nostra offerta “Choice” per i giovani diplomati!

    Compiere una scelta non è semplice, soprattutto quando ci sembra che tutto il nostro futuro dipenda da quella scelta!

    Essere accompagnati in questo cammino da qualcuno che non ha pregiudizi su di noi e sulla nostra storia, totalmente disinteressato all’esito ed interessato solamente alla persona che ha davanti è una grande risorsa.

    Un coach ha le competenze ed attitudini per farlo!!

    In questo momento così importante per i giovani che si diplomeranno e che ancora non hanno compiuta la loro scelta, Up TheCoach offre l’occasione per avvalersi di un professionista che possa condividere il loro cammino. Che tu sia ancora indeciso se avviarti al mondo del lavoro o continuare gli studi; che tu abbia già deciso, ma non riesca a scegliere in che ambito lavorativo proporti o a quale facoltà iscriverti, è questo il momento di dare una svolta.

    A te che devi compiere questo passo, offriamo un pacchetto di tre incontri one to one per accompagnarti a prendere la tua decisione! Fino al 30 Giugno il pacchetto “Choice” del valore di Euro 330,00 è in promozione al valore di Euro 210,00.

    Chiamaci per capire cosa faremo durante gli incontri e prenota il percorso entro il 30 Giugno o chiedici un’offerta per un percorso personalizzato.

  • Come i cerchi nell’acqua ……

    Come i cerchi nell’acqua ……

    In un pigro pomeriggio di Febbraio mi rilassavo lanciando sassi nel lago e, come sempre, la natura mi dà lo spunto per riflettere.

    Uno dei principi cardine della PNL è “la mappa non è il territorio”, ovvero non esiste realtà oggettiva, poiché tutto ciò che noi percepiamo come realtà è filtrato. E quali sono questi filtri? Le nostre esperienze, i nostri canali sensoriali preferenziali (privilegiamo il sistema auditivo, visivo o cinestesico?), le nostre credenze, limitanti o potenzianti, ….

    La mappa, quindi, è la nostra rappresentazione del mondo, che è il territorio.

    Questo concetto è molto interessante ed importante per la crescita personale, poiché ci fa comprendere due cose:

    1.  ogni nostro interlocutore ha la sua rappresentazione della realtà, quindi è normale che se stiamo discutendo con l’altro della medesima cosa, abbiamo opinioni diverse, innanzi tutto, perché quella non sarà mai la “medesima” cosa; dobbiamo quindi dare per pacifico che la nostra è una realtà e non la realtà e che anche il nostro interlocutore legittimamente ha la sua mappa, che è frutto del suo bagaglio;
    2.  se ci poniamo verso gli altri con la mente aperta possiamo ampliare la nostra mappa, poiché ascoltando l’altro possiamo inserire nella nostra dei pezzetti della mappa altrui. Se sappiamo come fare, quindi, l’interazione è crescita continua.

    E’ come se la nostra cartina geografica, che rappresenta il territorio, contenesse solo lo stradario della strade da percorrere in auto, mentre la cartina del mio interlocutore contenesse le strade da percorre a piedi…..

    Ovviamente se resto fermo alla mia mappa non ci capiremo mai, perché guardiamo strade diverse; ma quanto sarebbe bello approcciare l’altro sapendo che la sua mappa non è uguale alla mia e che se le integriamo otteniamo una mappa più ricca e dettagliata, che ci indica le strade da percorrere in auto e anche a piedi? E ciò non vuol dire perdere la propria individualità, ma arricchirsi.

    Questo è uno dei molti motivi per i quali è interessante tenere sempre a mente questo principio quando parliamo con gli altri e impegnarci a contaminare le mappe. Naturalmente per far ciò è necessario ascoltare l’altro con intenzione, con reale interesse, con viva curiosità e senza preconcetti.

    Proprio come i cerchi nell’acqua formati dal sasso lanciato …… ogni cerchio sta bene da solo nella sua perfezione apparente, ma quando cresce intersecando gli altri …. lì dà il meglio di sè!

    E tu, cosa sei disponibile a fare per scoprire che persona diventerai imparando a capire ed integrare la mappa altrui?

  • Hai mai trovato scarpe nel frigorifero?

    Hai mai trovato scarpe nel frigorifero?

    Alla radio passavano una canzone di Fedez che diceva così: “dovrei smettere di cercare le scarpe nel frigorifero”.

    Per quanto assurdo possa sembrare come proposito, in realtà è una perfetta metafora di quello che spesso ci accade: cercare nel posto sbagliato.

    Quante volte investiamo le nostre energie a cercare nel posto sbagliato? Cercare la soluzione ad un problema, una ispirazione, quella risorsa che fa al caso nostro, magari una persona che può supportarci…..

    E ci incaponiamo a cercarla proprio lì, anche se è evidente che dopo aver tentato una, due, tre, quattro volte, senza risultati, significa che quello non è il posto giusto.

    Perché lo facciamo? In realtà il perché ha poca importanza, può essere che sia per noi troppo penoso cercare nel posto giusto, che ci imponga di uscire dalla nostra zona di comfort ….. quello che è importante tuttavia è che impariamo a cercare nel posto giusto e che impariamo a capire quando è necessario cercare in un luogo nuovo.

    Ecco, la consapevolezza prima di tutto …. se siamo capaci di renderci conto che ci stiamo ostinando a cercare nel posto sbagliato, abbiamo già compiuto il primo fondamentale passo per attivarci a cercare nella giusta direzione.

    E cercare nella direzione giusta non è poi così difficile, ci vengono in aiuto tecniche consolidate, come quelle del pensiero laterale, del cambio di prospettiva, delle 5W …… Ebbene sì, si può imparare a risolvere i problemi, con volontà ed allenamento, così come hai imparato a camminare, leggere e scrivere.

    E tu, quando smetterai di cercare le scarpe nel frigorifero?

     

     

  • E tu, che spaccapietre sei?

    L’Institute for the Future (for the University of Phoenix Research Institute) ha pubblicato la propria analisi “Future Work Skills 2020″ individuando le dieci competenze del futuro.

    Tra queste troviamo il “sense making” ovvero quella che viene definita la abilità di determinare il significato profondo o il valore di ciò che viene espresso, abilità che è considerata propria degli esseri umani e che non può invece essere appresa dalle macchine, ragion per cui caratterizza un ambito in cui – anche nel futuro più automatizzato – l’uomo non sarà per ciò sostituibile.

    Il sense making di per sé è però molto più di questo, o meglio, porta con sé mille premesse e mille conseguenze.

    Basti pensare che la circostanza che siamo noi a dare un senso all’esperienza e che lo facciamo sulla base dell’esperienza stessa, significa che la realtà in sé non ha un senso proprio, ma ha solo il senso che noi diamo ad essa e quel senso lo diamo forti del nostro vissuto e dell’applicazione di un pensiero critico. Il che, volendo, allarga la analisi al principio secondo il quale va anche considerata la variabile data dal fatto che l’osservatore influisce sul prodursi della realtà (per chi è pratico di fisica quantistica).

    A parte queste divagazioni poco pratiche, ciò che più mi affascina di questa skill è tuttavia l’idea che può essere utilizzata completamente a nostro vantaggio, purché impariamo a dare alle cose non un senso qualsiasi, ma un senso FUNZIONALE, ossia un significato UTILE per noi. Dare quel significato che può consentirci di vedere il nostro obiettivo, di focalizzarci su di esso, di seguire il nostro percorso con gioia ed intenzione, di ingaggiarci, parola magica che descrive l’atto di iniziare qualcosa a cui teniamo, con impeto, impegno e responsabilità, credendo in ciò che facciamo.

    Ci sono cose belle e brutte? Giuste e ingiuste? Sì, può essere ……  Ma quello che veramente dobbiamo chiederci è diverso: “è utile per me dare questo significato a ciò che mi sta accadendo?” “quale altro significato potrei dare perché rappresenti un contributo e non un ostacolo al mio cammino?”.

    Spaccare pietre è bello o brutto? è giusto o sbagliato che mi sia capitato questo lavoro? Chi lo sa e soprattutto ……mi serve saperlo? mi è utile pensare che sia profondamente ingiusto che mi abbiano dato quel compito se ciò che voglio o di cui ho bisogno è affrontare la giornata lavorativa serenamente?

    Un giorno un viaggiatore incontrò uno spaccapietre che lavorava di controvoglia e scuro in volto: -Che cosa stai facendo? – gli chiese. -Non vedi? Sto spaccando pietre. Un lavoro che mi sta spezzando la schiena!

    Procedendo oltre, il viaggiatore incontrò un altro spaccapietre, ma questi aveva il viso più disteso e lavorava di buona lena. – Che cosa stai facendo?- gli chiese. – Guadagno da vivere per me e per la mia famiglia! E’ duro, ma almeno ho il vantaggio di lavorare all’aperto! – gli rispose accennando a un sorriso.

    Più avanti ecco un terzo spaccapietre, che però sembrava molto contento di quello che stava facendo, mentre sotto i suoi colpi vigorosi le schegge schizzavano come note musicali. – Che cosa fai?- gli chiese.
    – Sto costruendo una cattedrale! – gli rispose quello, raggiante” (cit.).

    L’azione è sempre la stessa, ciò che cambia è il significato che diamo, l’atteggiamento con cui la viviamo. E ciò non significa che dobbiamo rassegnarci ed accettare quel lavoro per tutta la vita, se non lo vogliamo: se siamo destinati ad un futuro diverso (e non parlo di destino come a un insieme di inevitabili eventi, ma al futuro che noi ci costruiamo) lo raggiungeremo più facilmente carichi di energie positive e della capacità di interpretare il presente come un frammento di un progetto più grande, piuttosto che come il mattone di un carcere.

    E tu cosa sei disposto a fare per (smettere di lamentarti e) dare un senso utile alle cose?